
Ci sono partite che non valgono solo un trofeo, ma che segnano indelebilmente il destino e la carriera di un uomo. Per Aldo Albanesi, leggendario arbitro internazionale FIBA dal 1970 al 1985 con ben 196 incontri diretti in quattro continenti e 26 paesi europei, quella partita andò in scena il 17 novembre 1972.

Eravamo in piena epoca del “regime dei Colonnelli” e ad Atene si giocava il ritorno dell’ottava gara di Coppa Europa tra i greci del Panathinaikos e i bulgari dell’Akademic Sofia. In quegli anni, le trasferte in terra greca erano famose per essere infuocate: l’ambiente di casa riusciva quasi sempre a ribaltare i risultati dell’andata, spesso accompagnato dalle voci di una forte sudditanza arbitrale.
Albanesi, allora al suo secondo anno da internazionale, venne designato come secondo arbitro al fianco del prestigioso collega jugoslavo Obrad Belosevic. Fin dal loro arrivo, l’atmosfera fu di quelle ad alta tensione. Ospitati in un lussuoso hotel-casinò, i due fischietti ricevettero proposte di ogni tipo volte chiaramente a condizionarli, tutte prontamente rifiutate con l’integrità che ha sempre contraddistinto la carriera di Albanesi.
Il campo di gioco era un vero e proprio bunker: ricavato sotto la tribuna dello stadio di calcio, buio, con misure regolamentari al limite del minimo consentito e circondato da poliziotti schierati di fronte a un pubblico urlante e minaccioso. Ad accoglierli, l’allenatore del Panathinaikos, Mouritis, una vecchia conoscenza del basket italiano per i suoi trascorsi alla Virtus Bologna, che passò in pochi minuti dalle lodi affettuose pre-partita alle proteste più feroci in campo, cercando di aizzare la folla a ogni fischio contrario.
Tra ufficiali di campo visibilmente di parte, un cronometro che avanzava misteriosamente a rilento e un punteggio continuamente contestato dagli ospiti, Albanesi e Belosevic non si lasciarono intimorire. Guidarono la partita con polso fermo e assoluta imparzialità fino alla sirena finale. Il Panathinaikos vinse l’incontro, ma non con lo scarto necessario per passare il turno.
La reazione locale fu durissima: insulti, minacce e un’odissea per raggiungere gli spogliatoi, dove i due arbitri vennero letteralmente abbandonati al buio, sotto docce gelate e senza nessuno disposto ad accompagnarli in hotel. Dovettero muoversi a proprie spese in taxi sia quella sera che il mattino seguente per raggiungere l’aeroporto.
Ma il destino aveva in serbo una sorpresa che avrebbe cambiato la vita professionale di Aldo Albanesi. Al momento dell’imbarco, tra la folla dell’aeroporto, comparve Borislav Stankovic, allora designatore e futuro storico Segretario Generale della FIBA. Stankovic aveva assistito all’incontro in incognito e volle complimentarsi di persona con la terna per la straordinaria prova di coraggio e correttezza dimostrata in un simile inferno.
Quella direzione magistrale, sotto gli occhi del più importante dirigente del basket mondiale (che già conosceva Albanesi per averlo avuto come arbitro in Italia quando allenava Cantù), fu il vero trampolino di lancio per la sua carriera d’élite. Da quel momento, Stankovic lo volle per i palcoscenici più prestigiosi del mondo: i Campionati Europei di Barcellona 1973 e Belgrado 1975, i Mondiali di Porto Rico 1974, fino al culmine delle Olimpiadi di Montréal 1976. Anni dopo, la stima rimase talmente immutata che Albanesi venne chiamato, in veste di Istruttore FIBA, ad accompagnare lo stesso Stankovic in Cina nel 1978 per il cruciale Clinic di aggiornamento che reinserì gli arbitri cinesi nel panorama internazionale dopo la morte di Mao.
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