Il 4 giugno 1983, all’interno del Palazzo dello Sport di Nantes, l’aria aveva lo stesso odore di tutte le palestre francesi dell’epoca: legno lucidato, canfora e il fumo di sigaretta che scendeva dalle tribune. Ma per il basket italiano, quell’aria profumava di rivoluzione.
La storia ha l’abitudine di ricordare le finali, i tabellini, i 105 punti messi a referto o i 24 di un Antonello Riva che sembrava planare da un altro pianeta. Eppure, il vero capolavoro di quell’Europeo non si è consumato sotto i riflettori della finale, ma nell’ombra di un’ossessione geometrica: quella di Sandro Gamba.

La dittatura del “passo in più”
Per capire Nantes bisogna dimenticarsi dei canestri e guardare le scarpe. Gamba aveva imposto un dogma che i giocatori digerivano a fatica durante i ritiri militari a base di ripetute e sudore: la transizione difensiva perfetta. Non bastava correre indietro; bisognava correre più veloci della palla.

Foto Fabio Ramani
Mentre il resto d’Europa giocava ancora un basket ragionato, quasi scacchistico, quell’Italia sembrava una banda di assaltatori. Se l’avversario accennava un palleggio di troppo, si ritrovava addosso le braccia infinite di Dino Meneghin o la pressione asfissiante di un giovane Roberto Brunamonti. L’inedito di quella Nazionale era la totale assenza di egoismo in un gruppo di alfa assoluti. Marzorati, il “Signore dell’Anello” di Cantù, accettava di dividere la cabina di regia con Caglieris e Brunamonti; Meneghin sputava sangue sotto canestro per aprire spazi ai tagli di Sacchetti e Villalta. “Giocavamo una pallacanestro che oggi definiremmo ‘moderna’, ma la verità è che eravamo semplicemente feroci.”
Il “taglio” dell’Unione Sovietica
Se chiedete a un reduce di Nantes quale sia stato il momento in cui l’oro è diventato realtà, nessuno vi risponderà “la sirena finale contro la Spagna”. Vi parleranno tutti della semifinale contro l’Unione Sovietica.
L’URSS era un mostro sacro, una squadra di giganti guidata da Valters e Jovaiša, abituata a guardare gli avversari dall’alto in basso. Quella sera, Gamba ordinò una difesa che rasentava la follia: raddoppi sistematici sul portatore di palla fin dalla rimessa. I sovietici, abituati a gestire il ritmo, persero la bussola. L’Italia non vinse quella partita: la sbranò (88-69). Fu un blackout psicologico per l’Armata Rossa, tramortita da un’intensità mai vista prima a queste latitudini.
L’eroe della penombra: Renzo Vecchiato
C’è un fotogramma della finale contro la Spagna che racconta Nantes meglio di qualsiasi altra immagine. Mancano pochi minuti alla fine, la Spagna è in rimonta e Dino Meneghin commette il suo quinto fallo. Il totem deve sedersi. In quel preciso istante, il palazzo di Nantes sembra improvvisamente piccolissimo e lo spettro di una beffa colossale si allunga sulla panchina azzurra.
In campo entra Renzo Vecchiato. Non ha il carisma devastante di Meneghin, non ha i titoli dei giornali. Ma ha il tempismo dei giusti. Vecchiato entra e gioca i minuti della vita: arpiona rimbalzi cruciali, segna i canestri che tengono la Spagna a distanza di sicurezza, subisce falli con la freddezza di un veterano. Quando la sirena esplode sul 105-96, i flash sono tutti per Riva e Meneghin che si abbracciano, ma gli occhi dei compagni cercano lui.

Foto Fabio Ramani
Nantes ’83 è stata questa cosa qui: la dimostrazione che il talento vince le partite, ma la chimica di chi accetta di essere un “eroe per cinque minuti” vince gli Europei. Una storia di fatica antica, scritta prima dei canestri da tre punti, dove ogni centimetro di parquet andava conquistato con i denti. E gli azzurri, quell’anno, avevano più fame di tutti.
Il filo invisibile della memoria
C’è un aspetto di Nantes ’83 che il tempo non può sbiadire, ed è il legame profondo con gli uomini che hanno reso possibile quel sogno. Perché una vittoria non è fatta solo di chi va a referto, ma di un’intera famiglia sportiva che ha condiviso ogni singolo brivido.

Foto Fabio Ramani
Il pensiero di chi c’era si rivolge inevitabilmente a figure indimenticabili che oggi non ci sono più: a Sandro Galleani, lo storico massofisioterapista che ha vissuto e custodito le speranze di intere generazioni di azzurri; a Santi Sales, l’assistente allenatore che nell’ombra ha supportato la mente di Gamba; e soprattutto a Marco Bonamico, protagonista sul campo di quel trionfo e compagno di infinite battaglie.
Nelle parole dei protagonisti, il ricordo di Nantes diventa così un tributo a un’amicizia che supera il tempo: “Il tempo nasconde un po’ gli aneddoti – racconta Roberto Brunamonti – ma quello che resta e che tengo a ricordare più di tutto sono le persone con cui abbiamo vissuto quei momenti bellissimi. Questa medaglia d’oro è il coronamento di una storia scritta da tante generazioni insieme, dai più vecchi ai più giovani. Custodire il loro ricordo significa mantenere viva l’anima di quella squadra.”